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  Ritorno in Bretagna
di Oreste Bonvicini

Sulla via del ritorno, ad occhi chiusi per autodeterminazione, la regola che sorge dall’istinto ci fa scoprire i motivi originari, quelle pulsioni che nel divenire quotidiano, assomigliano ai ricordi, ai naturali riferimenti verso ciò che siamo o fummo altrove, al confine di quel mondo conosciuto, verso l’ignoto o verso noi stessi, verso la prima volta. Così era stato, fin dal primo viaggio in questa terra un tempo aspra e silenziosa, rivolta verso l’Atlantico come la prua di un’imbarcazione, la sensazione di essere vicini a quell’aldilà terreno che tanto ci paura. Il finisterrae oltre il quale le anime sono costrette a vagare tra i vivi per scoprire la via oltre la vita a cui non sanno ancora andare. E si affollano, nei sogni e nei segni, come presenze che non hanno più paura, che non fanno più paura, per dimostrarci cosa sia la vita oltre la vita se non si è vissuto alla ricerca di quella luce che inonda le tenebre e rende felici. Veramente felici. L’attesa è di un segno. La gioia di non dovere ancora morire per esserne circondati. Un purgatorio? O solo la misura di un ininterrotto divenire, fino alla fine di tutto, o verso il nulla del concreto, l’unica certezza che ci muove verso la fine del giorno?

A tratti ci sembra di essere schiavi delle ore, anche quaggiù, dove la notte tarda a scendere, ma per convenzione, ancora una imposizione, per una regola precisa che gli uomini chiamano ora legale, comunitaria. O forse il segno cercato in questo ritorno è far sì che la luce si sveli al di là del tunnel dell’ultima notte. E tanti segni intorno rendono concreta la sensazione, palpabile che le vibrazioni siano del cuore prima che della ragione. Del cuore.

La musica stanotte è un rombo
sordo e lontano,
un canto dimenticato.
A tratti un lamento.

 

 

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