<<TORNA INDIETRO APPUNTI DI VIAGGIO
  Fontane sacre
di Oreste Bonvicini

La ragazza di fonte
Avevo sognato la notte di una ragazza di fonte
in veste di seta brillante come il mare
Mi sposai con lei ma il nostro bambino era cieco

Un giorno più di venti monaci hanno passato il Laz*
Le belle canzoni che essi cantavano
per la memoria dei trapassati
e per la gloria di Dio inchiodato!

“Prendetemi con voi sul vostro battello
“Suonerò l'arpa come il vostro Signore abate!
“M'insegnerete la musica”.

Al convento mia madre diceva:
“Ridatemi mio figlio
è un sostegno di famiglia!
-Vostro figlio non è più con noi: è in Inghilterra
a insegnare gli strumenti al principe di Galles.

Ha sposato la ragazza di fonte
e il figlio cieco canta le sue melodie.”

*Piccolo fiume di Bretagna

Max Jacob (1876-1944) da Morven le Gaelique, 1953
Versione di Franco Cavallo, Guanda editore 1969

 

La voce celata nei canti bretoni proposti dalla poesia di Max Jacob, che già nella raccolta La Cote aveva utilizzato le sue origini e le risorse della lingua madre, nel filone popolare francese che va da Villon a La Fontaine, da Verlaine ad Apollinaire, propone uno degli aspetti di questo poeta tanto poliedrico da essere considerato un saltimbanco (e come dimenticare “il saltimbanco dell'anima mia” del nostro Palazzeschi?), ma anche un fautore della coerenza, della fedeltà alle sue origini, dalla conversione al cattolicesimo, lui ebreo, alla fine poi tragica e prevista, era anche astrologo e chiromante, durante gli ultimi tragici eventi della soluzione finale nazista quando il tracollo del Terzo Reich era alle porte.
Nella poliedricità di questo autore scopriamo una pagina che ci avvicina alla sua terra, e ci introduce a quel connubio di religiosità e superstizione stratificato nelle ritualità popolari, così radicate nella vita dei bretoni. Riti pagani si confondono con l'avvento del Cristianesimo, sfigurando le antiche divinità fino ad adeguarle al nuovo credo, più mite, fatto di certezze che le parole dell'apostolato cristiano giunto fino a questa terra di confine, scopre tanto intensamente ricca di suggestioni, estasiato dalla grande madre oceano (ricordiamo come in francese il sostantivo mer, sia femminile) e a questa madre inchinarsi per ascoltarne il respiro, il sospiro vitale, e qui riposare. Proprio quel gioco stupendo delle maree evoca il respiro della terra, quasi il mare, nel ciclico sollevarsi e contrarsi, scorresse come un denso liquido sotto cui riposa l'immensa gabbia toracica del mondo. Qui il mare scappa e ritorna, due volte al giorno, e gli uomini lo inseguono o l'attendono, traendone vita e nel contempo ponendosi davanti ad esso con il rispetto che li spinge ad elevare nuovi templi in quei luoghi nel tempo divenuti sacri, luoghi di culto a tratti magici, votivi ed evocativi, come rituali che si perdono nella notte dei tempi, riscoprendoli oggi dedicati a santi taumaturgici.

Forse quassù riposa Giuseppe d'Arimatea? Le leggende del sacro Graal, i cicli arturiani si fondono e si reinventano nel culto popolare che si affolla presso le sacre fontane dove uomini pii, eremiti,o forse semplici guardiani?, uomini che la chiesa ha poi canonizzato, capaci di far sgorgare una fonte d'acqua dove prima era solo roccia, capaci di dare a queste acque la sacralità delle origini, di mondare i mali terreni che affliggono gli uomini, di ridonare la salute e con ciò purificare l'anima, lasciandosi rapire dal credo prima di affrontare il giudizio dell'Altissimo.
Viviamo un'epoca di esagerata tecnologia, dove lo spazio per la fantasia è ridotto al gioco pericoloso di chi fa del mistero una materia da sondare e liberamente sviscerare, ma coesiste il desiderio di mantenere i legami con le tradizioni e con l'irrazionale che le stesse tradizioni hanno in se, qualcosa che abbina al sapore del tempo la passione per un gesto, un momento di intenso raccoglimento rivissuto nei giorni di festa delle ricorrenze popolari e religiose che qui chiamano Pardons. Solo vivendole, trovandosi accanto a chi vive da secoli il rituale ripetersi dei gesti, può far sorgere in noi qualcosa di più della curiosità che ci spinge verso questo sperone di roccia emerso sotto la spinta dei ghiacciai milioni di anni fa. Oggi ci incanta la linea dell'orizzonte rivolta ad occidente, quell'occidente biblico, quell'orizzonte dietro cui lento, il sole pare non voler scendere, nascondersi dietro questo mare ai nostri occhi infinito.
Talvolta ci inoltriamo in valli poco pronunciate. Qui la forza erosiva del vento, delle piogge, del mare, ha levigato una massa ciclopica di granito. Laddove erano cime alte oltre quattromila metri, oggi sopravvivono, poco più che colline, vette di altitudine inferiore ai quattrocento metri.
Uno splendido scenario verdeggiante dove la vita della campagne ci fa sembrare lontano l'oceano, se non fosse lo sguardo attratto dalla luce del cielo che riflette e alterna nei suoi colori l'intensità delle acque marine. Cerchiamo sui sentieri, le tracce di quelle fontane divenute miracolose, luoghi di culto dove sappiamo la fede non debba essere dimostrata. Si crede, si prega, si rivolge l'attenzione a quel santo che fu, prima, uomo e che si fa, ora, mediatore tra noi e Dio, che ci aiuta ad avvicinarci al mistero superiore della grandezza dell'amore eterno. La traccia che dobbiamo seguire è l'esempio della sua vita, in terra. Egli ha lasciato concreto, il segno del suo passaggio. Dio rimane inizio e fine di ogni cosa, del tutto e del nulla. In mezzo ci siamo noi, con la nostra vita fugace, un passaggio spesso costellato di sofferenza e tribolazione, di aspra realtà vissuta giorno dopo giorno accanto al dolore. La gioia deve venire dall'insegnamento che questi uomini probi, ci hanno lasciato, come un messaggio che attraverso la loro vita, Dio ci ha inviato.

Camminiamo sui luoghi ove vissero i seguaci di questi culti nati dalla devozione, dalla riflessione, dalla preghiera, dallo spogliarsi di ogni esteriorità. Le fontane diventano dunque elemento catalizzante e affiorano, accanto al rivolo di acque purissime, le leggende che tengono vive le tradizioni. La sofferenza diventa l'impulso che spinge verso la purificazione.
L'architettura di questi luoghi ricorre alla pietra locale, quel granito che durante le lunghe ere glaciali si è sollevato, linea corrugata di un orizzonte posto a baluardo della terra dinanzi all'impeto di un Oceano, dio e madre, origine e fine della vita e delle aspettative degli uomini, ade verso cui rivolgere preghiere e offrire voti. Forse lo stesso Ulisse, diretto verso la terra dei Lestrigoni, si è fermato davanti ai monoliti del Morbihan e i suoi stessi marinai li hanno additati a punto di riferimento e rotta da inseguire per ritrovare le acque dolci e calde del loro mare.
Pietra naturale dunque, che nelle sue sfumature ci consente di riconoscere la regione in cui ci troviamo, quella pietra su cui ancora oggi camminiamo, la stessa che per millenni mani avvezze alla fatica hanno sbozzato e modellato per inseguire quel desiderio recondito dell'uomo di lasciare nel contempo un segno eppure anonimo del proprio passaggio e della devozione per entità ignote ma a cui far riferimento nella necessità, nel momento estremo del transito nell'aldilà.
Esiste dunque una regione di questo continente dove l'attaccamento al patrimonio tradizionale è più intensa e contemporaneamente misurata, quasi timidamente manifestata?
Diviene facile scorrere l'elenco dei luoghi sacri, elle fontane miracolose, dei rifugi di santi o presunti tali, uomini che forse han fatto della via verso il finistère non la mete di una vita, ma l'estremo incontro della vita terrena con le forze ineguagliabili della natura, madre e nutrice.
Qui l'architettura ricorre alla pietra, quella pietra naturale che nelle sue sfumature ci permette di riconoscere la regione in cui ci troviamo, quella pietra su cui camminiamo, la stessa che per millenni mani avvezze alla fatica hanno sbozzato e modellato, rendendola viva, testimone di un idea, di un culto, dando quelle certezze che all'uomo antico permettevano di inseguire il recondito desiderio di lasciare un segno del suo passaggio, una testimonianza importante. Le certezze venivano dalla concretezza: la fontana era miracolosa in quanto le sue acque effettivamente guarivano. I guardiani di queste fontane erano uomini, eppure santi nel momento in cui la loro acqua donava quanto promesso. Scopriamo che in questa terra le tradizioni si sono conservate intense e intatte come in poche altre realtà. Fattori climatici, storici, di una terra di confine, chiusa alle ingerenze del regno francese, fortemente radicata alle propaggini della propria indipendenza. Ricordiamo come sia stato l'ultimo lembo di terra ad essere inglobato dal regale giglio di Francia.
Non possiamo distogliere l'attenzione da quel particolare che fa delle fontane il luogo d'incontro della fede popolare, tra credenze pagane e necessità per il Cristianesimo, un palinsesto sulle tracce dei culti locali con gli insegnamenti del Nuovo Testamento. Sopravvivono sacro e profano, accolti e destinati a convivere in una rinnovata ma continua spiritualità, inevitabile in una terra che ha sempre fatto dei simboli dell'antichità, pregio del passato, l'ombra di un tempo remoto mai completamente sopito.

Oreste Bonvicini

 

TORNA SU  

web desing by P&M communication
© 2001 - Bretagna OnLine